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dal 26 al 31 gennaio dal martedì al venerdì h 21, sabato h 19, domenica h 17

L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP – PRESS CONFERENCE

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L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP di Samuel Beckett, traduzione Carlo Fruttero
PRESS CONFERENCE di Harold Pinter, traduzione Alessandra Serra

regia Roberto Andò
con Renato Carpentieri
il bambino è Agostino Cossia
le voci della stampa sono di Valentina Acca, Annalisa D’Amato, Patrizia Lopez, Andrea Renzi, Lorenzo Vacalebre
scene e luci Gianni Carluccio
costumi Daniela Cernigliaro
suono Hubert Westkemper 
aiuto regia Luca Bargagna
direttore di scena Teresa Cibelli
assistente ai costumi Pina Sorrentino
assistente al suono Italo Buonsenso
assistente alle scene tirocinante “Accademia di Belle Arti di Napoli” Serena Zhang
datore luci Francesco Adinolfi
video Pietro Di Francesco
macchinisti Enzo Pamieri, Daniele Di Fronzo
sarta Nunzia Russo
segretario di produzione Antonio Turco
trucco Vincenzo Cucchiara
scene e luci Gianni Carluccio

L’ultimo nastro di Krapp è rappresentato in accordo con Arcadia & Ricono Ltd
per gentile concessione di Curtis Brown Group Ltd
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival

durata 60’

Roberto Andò accosta L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett a Press conference di Harold Pinter in un dittico che indaga il rapporto fra parola, memoria e potere, affidandoli all’interpretazione di Renato Carpentieri.

Ne L’ultimo nastro di Krapp, il cuore della scena è un “dialogo impossibile”: un uomo ascolta la propria voce registrata trent’anni prima e si confronta con il fantasma di sé stesso. La parola diventa archivio, traccia, residuo e la memoria un campo di battaglia. Un Krapp “archivista del nulla”, sospeso tra ironia e struggimento, tra lucidità e disfatta.

In ideale e inquietante contrappunto, Press conference sposta il conflitto dalla sfera privata a quella pubblica. Il portavoce governativo risponde ai giornalisti con frasi melliflue e feroci, evidenziando, attraverso l’ironia tagliente di Pinter, la manipolazione del linguaggio politico e il potere come dispositivo di controllo.

Se in Beckett la voce registrata scava nell’identità fino a rivelarne il vuoto, in Pinter la voce ufficiale costruisce un vuoto di senso per esercitare dominio. Due solitudini diverse, quella dell’uomo davanti al proprio tempo perduto e quella dell’uomo di potere davanti alla verità, compongono così un unico discorso teatrale sulla responsabilità della parola.

NOTA DEL REGISTA
Nel 2006 Harold Pinter interpretò L’utimo nastro di Krapp con la regia di Ian Rickson nella sala piccola del Royal Court Theatre di Londra. Pochi giorni prima del debutto, mi chiamò e mi invitò a vedere lo spettacolo. Mi disse che sarebbe stato il suo congedo. Non disse altro, ma era facile intuire che oltre a essere un addio alle scene sarebbe stato qualcosa di più definitivo e solenne a cui non potevo mancare. In quel momento ero impegnato in un lavoro ma feci in modo di liberarmi e andare, anche se non potei essere alla prima. Fu una serata memorabile, e alla fine dello spettacolo Pinter mi invitò a bere un bicchiere di champagne nel bar del teatro insieme ad altri amici che erano venuti a festeggiarlo. Fu l’ultima volta che lo vidi, e il ricordo di quella sera è per me ancora struggente e pieno di echi. Nel corso dei nostri precedenti incontri, Harold mi aveva parlato più volte di Beckett, della sua devozione al grande irlandese, del rituale con cui gli faceva leggere i suoi drammi in anteprima.

Mettere in scena L’ultimo nastro di Krapp insieme a Press Conference è un modo di chiudere il cerchio della memoria, facendo i conti con un vertice assoluto della drammaturgia del Novecento, il primo che Beckett scrisse in inglese, e con l’ultimo Pinter che in questo pezzo satirico, e enigmaticamente fulmineo, riesce a spaventarci e, contemporaneamente, a farci ridere (È una Commedia? È una tragedia? – direbbe Bernhard) con un ministro della cultura che nel corso di una conferenza stampa minaccia i giornalisti e prefigura i modi farseschi della dissoluzione della politica.

Il Krapp è invece direttamente connesso all’eredità di Joyce, al tema della memoria che in gioventù aveva fatto scrivere a Beckett un fondamentale saggio su Proust, dedicato a quella che lo scrittore della Recherche descrive come “l’indefinibile contraddizione della sopravvivenza e del nulla”. Da cui la divertita annotazione di Beckett: “L’uomo di buona memoria non ricorda niente perché non dimentica niente”.

Nella pièce, il protagonista fa i conti con i relitti che affiorano da una vita di fallimenti. Nell’immagine finale lo vediamo sigillato in un silenzio enigmatico davanti al nastro che gira a vuoto, e la sola parola che viene in mente è Lessness. La micidiale potenza del Vuoto. Va da sé, che non avrei mai pensato di mettere in scena Krapp se non avessi potuto contare su un attore come Renato Carpentieri.                                                                                                                      Roberto Andò