debutto previsto per maggio 2021

L’AMORE DEL CUORE//ESERCIZI DI LETTURA

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un progetto de lacasadargilla

regia spazio scenico e costumi Lisa Ferlazzo Natoli

con  Tania Garribba, Alice Palazzi, Francesco Villano e Lorenzo Frediani
suoni Alessandro Ferroni
immagini Maddalena Parise
luci Luigi Biondi

Produzione: Lacasadargilla, La Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello

Il titolo dello spettacolo è riferimento e omaggio agli Esercizi Spirituali di Ignazio da Loyola che pur occupandosi di temperare la fede, costruivano inconsapevolmente una possibile folgorante pratica teatrale secondo l’interpretazione di Stanislavskij citata – non a caso – da Ejzenstejn in Teoria generale del montaggio e ritenuti da Barthes un esperimento inedito di stratificazione di linguaggi e codici che lo avvicina a quello della rappresentazione.

 

Note di regia
Di cosa tratta L’amore del cuore? L’argomento, la storia sono in qualche modo secondari, perché l’intenzione principale di Churchill è di distruggere il testo stesso, usandolo per smontare i meccanismi del teatro, della realtà e delle relazioni che all’interno di questa realtà si costruiscono moltiplicando abitudini, rimossi e abissi psicanalitici. Certo c’è un filo narrativo, una piccola storia familiare, punteggiata da fatti e incidenti non esplicitamente legati tra loro, ma percorsi tutti da una stessa preziosa inquietudine, in cui l’ordinaria perversità dell’istituzione familiare e dei suoi meccanismi relazionali e sociali è letteralmente ‘gettata in scena’, per spingersi fino a quella esplosione della parola, del linguaggio, del sistema di segni attraverso la cui mediazione diamo senso al mondo.

Dunque in L’amore del cuore – che è anche solo un grande testo sull’attesac’è una famiglia – i genitori Alice e Brian, la zia Maisie, il figlio Lewis – che aspetta il ritorno dall’Australia della sorella maggiore Susy. Mentre quest’attesa accade (l’arrivo di Susy sembra realizzarsi tre volte e dunque forse nessuna è vera) emergono (ma saranno veri?) inquietanti ricordi del passato: una relazione adulterina di Alice, un misterioso cadavere in giardino. E si svelano tensioni irrisolte: il rapporto dei genitori con il figlio disadattato, le paure notturne di Maisie, gli accenni a una possibile pulsione incestuosa di Brian per la figlia, il suo desiderio auto-cannibalistico confessato in un crescendo angoscioso e orgasmatico.

L’amore del cuore inizia con un’ambientazione realistica da dramma domestico, ma subito la superficie di normalità si incrina in una delle molte interruzioni/riprese della narrazione che punteggiano il testo. I personaggi si fermano per ricominciare, come un disco rotto, da un punto immediatamente precedente, replicando azione e dialogo con piccole modifiche e/o aggiunte – riprese che creano un effetto di disorientamento causale e temporale, annullando la verosimiglianza del primo breve segmento e risignificando l’orizzonte di attesa. Come se si trattasse non di una rappresentazione, ma dei resti di una rappresentazione, in cui i personaggi incertamente recitano se stessi e la propria vita. Come se il testo stesso avesse dei ripensamenti e volesse riprovarci in altro modo.

Così per mettere in scena L’amore del cuore – in questa alternanza perfetta tra storie familiari e l’esilarante e cupissimo meccanismo a orologeria disegnato da Churchill – l’attore è costretto a prendere posizione sulla scrittura stessa, assecondandola, fraintendendola o ‘sabotandola’ – perché il testo lo richiede e il divertissement teatrale lo consente – mentre il regista continua il lavorio di un vigile direttore d’orchestra cui però inesorabilmente scappa di mano l’organico.

Proprio per questo, scegliamo per L’amore del cuore la forma ibrida e ‘ambigua’ di quella che è generalmente considerata la lettura scenica, con l’intenzione di radicalizzarne e metterne a nudo il dispositivo interno, facendone – letteralmente – il disegno di regia. Mostrando, in tempo reale, il ‘combattimento’ dell’attore con il copione e l’immediatezza delle sue reazioni di fronte alla parola scritta e subito letta – la sorpresa procurata dalla stessa riga ripetuta più e più volte nell’arco del testo, o gli inciampi suscitati dall’esplosione del meccanismo narrativo. Ma anche semplicemente lo stupore di un testo che pagina dopo pagina si srotola, si inceppa, si dipana e si incaglia, che perde e riprende senza sosta il filo della narrazione. Scelta artistica ed espressiva che – in una messinscena compiuta – mostra l’attore alle prese con il linguaggio stesso e che rivela il processo che dalla prima lettura lo porterà alla graduale (e forse involontaria) ‘caduta’ nel personaggio.

Una forma scenica radicale formalmente precisa per mettere a nudo il momento stesso del formarsi della messa in scena, quando il testo – inteso come successione di parole, lemmi, sintassi – si apre alla regia e al suo immaginario, ai paesaggi sonori, ai movimenti scenici o alle inaspettate suggestioni visive. Perché L’amore del cuore accanto e intorno al ‘testo in sé’ immagina una partitura quasi musicale di rumori, pause e iterazioni sonore, mentre d’improvviso ‘irrompono in scena’ – come se nulla fosse e senza produrre apparentemente effetti sull’interno familiare – uno struzzo, una torma di bambini, il fragore di mitra. Irruzioni semplicemente ‘dette’/’lette’ o che semplicemente ‘accadono’, perché Churchill chiede e chiama la vita ‘organica’ e incontrollabile a fare intrusione nel meccanismo inceppato della realtà. E richiede, quasi, che lo struzzo in carne e ossa – pericoloso e bellissimo – entri veramente sulla scena, per scorrazzare liberamente nello spazio umano del teatro mentre le luci scendono piano.

Una forma scenica che è quasi un ‘esercizio spirituale’ di lettura, scelta proprio perché la scrittura teatrale di Caryl Churchill così insolita e poco addomesticabile sembra chiederlo. Una scrittura che – come un vaso di Pandora – è piena di affascinanti trabocchetti drammaturgici, d’invenzioni e sperimentazioni sul filo della lingua e dell’azione, sotto cui sono disseminati i temi, sempre politici, sempre vicini a questioni come l’identità, la costruzione delle relazioni pubbliche e private, la messa in scena della realtà, la frattura tra questo rappresentare e il rappresentarsi – come società o come uomini – rincorrendo quella cosa chiamata verità.

C’è ne L’amore del cuore un principio seminale, disseminato ovunque nella raffinata bellezza del cesello verbale e nel meccanismo di suspense degno di un’investigazione per omicidio, dove la vittima sembra essere proprio Susy, la figlia maggiore di una famiglia del tutto ordinaria, il cui ritorno tutti aspettano – o invece temono? – e che in ogni modo non accadrà se non forse solo dopo lo spegnersi delle luci, nel perturbato spazio immaginario degli spettatori.

L’amore del cuore giocando con strutture e linguaggi teatrali, corteggia il rischio di dissoluzione e mette in questione la sovranità autoriale e registica, costruendo allo stesso tempo – come dice la stessa Churchill – dei “McGuffins”, elusivi nulla, espedienti che al tempo stesso attraggono e sviano l’attenzione, o – parafrasando Hitchcock che ne parla a Truffaut – marchingegni per catturare leoni là dove non ne esistono e grazie ai quali riesce a parlarci di amore e solitudine, inganno, paura e desiderio.

L’allestimento semplicissimo permetterà a L’amore del cuore di farsi negli spazi più diversi: un tavolo di legno spesso, leggermente rettangolare, ma profondo, quattro sedie sempre di legno, un appendiabiti poco discosto, 3 tazze da tè di porcellana inglese con disegni orientali, cucchiaini. Gli abiti nei toni del grigio e dell’antracite stinti, quasi chiari come fossero presi da fotografie scolorite. Solo Susy con la sua valigia, in lontananza, sarà vestita di colori sgargianti come se lo spettacolo uscisse fuori d’improvviso dal proprio bianco e nero.

Un piazzato livido intorno al tavolo di cui calibrare le intensità. Due punti di luce, uno per l’attaccapanni di Brian e l’altro, per Susy in lontananza. In caso due microfoni panoramici che pendono dal soffitto per il lavoro di suoni sul tavolo.