di Giovanni Testori
30 anni dopo
uno spettacolo di Federico Tiezzi e Sandro Lombardi
con Sandro Lombardi e Antonio Perretta
regia Federico Tiezzi
scene Pier Paolo Bisleri
costumi Giovanna Buzzi
luci Gianni Pollini
regista assistente Giovanni Scandella
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi
in collaborazione con Fondazione Teatri di Pistoia e Associazione Giovanni Testori
1 ora e 20 minuti
A distanza di 30 anni dal suo apparire, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi riallestiscono uno dei loro maggiori successi, quell’Edipus di Giovanni Testori che, all’indomani della morte del suo autore, ne rilanciò la drammaturgia.
Con Edipus (1977) Testori conclude, dopo l’Ambleto e Macbetto, la trilogia degli Scarrozzanti: fantastica reinvenzione, tutta in chiave barocca, del mondo tragico, grottesco e disperato di un’accolita di guitti plebei, che girano le periferie d’Italia, contaminando il piano mitico e alto della rappresentazione (desunta volta a volta da archetipi della grande letteratura teatrale), al piano delle vicende personali, innescando un meccanismo scenico di prodigiosa, intensa teatralità dove Sofocle e Shakespeare convivono con l’avanspettacolo, il melodramma con il varietà, il mito con il presente.
In Edipus si narra di un capocomico abbandonato da tutti: il primo attore ha preferito andare a fare il travestito in una compagnia di cabaret, e la prima attrice ha lasciato il teatro per sposare un mobiliere brianzolo.
Sera dopo sera, e tutto da solo, lo Scarrozzante mette su l’Edipo di Sofocle coprendo tutti i ruoli e tutte le funzioni: da Laio a Giocasta, da Edipo a Dioniso, nel progressivo intensificarsi di una tensione al delirio e alla follia.
Nel corso della sua squinternata rappresentazione, lo Scarrozzante confonde il piano del racconto con quello della sua disastrata vicenda biografica personale, così che il risentimento di Edipo nei confronti del padre si salda a quello del capocomico nei confronti del primo attore. E l’odio-amore per Giocasta si sovrappone ai sentimenti che il guitto nutre per la prima attrice, sua ex-compagna di scena e di vita.
Attorno a quest’asse freudiano si stratificano le molte poetiche velature del testo: i teatri deserti con i loro arcaici sistemi di illuminazione, dove sera dopo sera le parole costruiscono una seconda più intensa realtà. E poi i palcoscenici vuoti lontani dai centri del mondo dove sperduti attori danno voce sera dopo sera al mito.
Eros e politica, religiosità e senso panico della natura, voluttà di morte e sfida disperata alla vita, gusto del grottesco e anarchica rivendicazione di una libertà assoluta, si intrecciano in un groviglio inestricabile, dipinto con i colori plumbei e funerei della grande pittura lombarda del seicento.
Ma attraversato di continuo da irresistibili scariche di comicità.
Il tutto raccontato in un italiano per metà dialetto lombardo, per metà lingua reinventata attraverso il francese, il latino, lo spagnolo. Questa lingua memore di Ruzante è la forza dirompente e rivoluzionaria di questo grande testo di ‘teatro di poesia’.
Giovanni Testori ci dà l’immagine di un teatro alla deriva in cui l’attore si immerge nelle parole-combustibile del testo per dire della fascinazione grandissima, insieme religiosa e blasfema, del teatro:” quel teatro-come dice lo Scarrozzante- che tutti i miei compagni de scarrozzamento han voluto tradire, stradare, cornefigare, ma che existe e rexisterà contra de tutti e de tutto in fino alla finis delle finis!”
Sandro Lombardi riprende il ruolo di Edipus a trent’anni dalla sua prima andata in scena: interpretazione che gli valse numerosi premi e un numero imprecisato di repliche nel seguito di molte stagioni. E che fece dire al critico Franco Quadri, recensendo lo spettacolo:
«Chi avrebbe potuto immaginare che sarebbe toccato a un toscano del Casentino divenire l’interprete ideale di Giovanni Testori?”









